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Note sulla vittoriosa lotta in e-food

INTRODUZIONE

Il 15 settembre l’azienda “e-food”, piattaforma operante nel settore del food delivery, manda un messaggio a 115 dei suoi lavoratori i cui contratti a tempo determinato per mezzo della schiavista MANPOWER sarebbero scaduti il 31 dello stesso mese. In modo cinico e ricattatorio, il messaggio informa i lavoratori che i contratti non verranno rinnovati e che l’unica scelta che gli rimane è di diventare “freelancer”. La “scelta” viene presentata dall’azienda come un’attraente opportunità di lavoro, ognuno ed ognuna nell’azienda merita di provarla. Dal primo momento che la comunicazione raggiunge i lavoratori, i colleghi sentono la pressione e l’incertezza sul proprio futuro nell’azienda farsi sempre più grandi. I social media prendono fuoco e le discussioni divampano ovunque. Come risultato, il primo “round” finisce precipitosamente. Dopo lo scalpore che ha creato, l’azienda fa un passo indietro e fa convergere attraverso i mezzi di comunicazione un secondo annuncio, in cui accenna a un “errore di comunicazione”. Il seguito della storia vede la reazione organizzata e la grande partecipazione alle assemblee dei lavoratori a livello nazionale. Le decisioni collettive per la mobilitazione non tardano ad arrivare, e creano uno spirito combattivo di collaborazione tra i colleghi senza precedenti per il settore, ma anche per la classe in generale.

 

LA REAZIONE SOCIALE – LE LOTTE DEL SINDACATO COME VEICOLO E ANELLO DI CONGIUNZIONE

Appena il messaggio diviene noto tra i rider, come l’azienda ama chiamare i colleghi sui social media, ne deriva un ampio e caotico insieme di reazioni, che arriva fino alla campagna #cancel e-food, che significa che gli utenti rimuovono l’applicazione dai propri dispositivi a migliaia. Tale azione comprende semplici clienti e ristoranti, ma anche alcuni partner stessi dell’azienda. Il tutto contribuisce ad amplificare efficacemente le reazioni sociali in pieno fermento. In un secondo messaggio, l’azienda effettua una svolta di 180°, riferendosi a un “errore di comunicazione che non tocca minimamente il nucleo della realtà lavorativa in e-food che rimane, e continuerà a rimanere, antropocentrico”. Tuttavia, questa tattica di ripiegamento da parte dell’azienda non convince nessuno, e specialmente i lavoratori stessi. Al contrario esaspera, indispettisce, e contribuisce ancora di più a unire i colleghi i quali capiscono perfettamente come tale dichiarazione contenga tutti gli elementi di un imbroglio, che arriva fino al punto di considerarci dei completi deficienti.

Allo stesso tempo, la reazione dei lavoratori, dei cittadini, degli utenti dei social, e il collasso digitale della piattaforma di e-food crea una nuova narrazione per la solidarietà e le resistenze nel cyberspazio, il quale in questa fase funziona da supporto in collegamento con le lotte che ormai da molti anni il nostro sindacato porta avanti nei luoghi di lavoro, nelle piazze, con ogni collega individualmente. L’osmosi e i fermenti risultanti dalle assemblee tattiche settimanali hanno partorito i loro frutti ancora una volta. La militanza dei nostri membri, la fiducia nel fatto che con la lotta le cose cambiano, il dialogo costante che da 14 anni a questa parte il nostro sindacato porta avanti con la classe e con la società della quale siamo sangue dello stesso sangue, costituisce il veicolo, rappresenta il terreno dal quale sono nati i frutti delle reazioni sociali. È stata la nostra voce a diventare la principale narrazione di classe, che ha agito come catalizzatore per lo sviluppo della lotta. Non c’è alcun dubbio per noi che senza questo sindacato/veicolo, a un certo punto le reazioni avrebbero perso la loro spinta. Avrebbero iniziato ad arretrare di fronte ai mezzi di comunicazione di massa, i quali dietro compenso avrebbero sostenuto la narrativa padronale.

 

LA LOTTA DEI COLLEGHI DI E-FOOD, CATALIZZATORE DI STRADA PER LA VITTORIA

Le imponenti manifestazioni con le moto avvenute in tutta la Grecia mercoledì 22 settembre in contemporanea alle quattro ore di sciopero, forzano la multinazionale alla ritirata. Nel pomeriggio di giovedì 23 settembre, solamente poche ore prima dello sciopero, l’azienda annuncia che tutti i contratti a tempo determinato sarebbero stati convertiti in contratti a tempo indeterminato, così come rende noto il termine della sua collaborazione con l’azienda schiavista MANPOWER.

I colleghi hanno agito indubbiamente da tempestivo catalizzatore, da fattore regolatore degli sviluppi che ci ha condotto alla vittoria. La loro partecipazione maggioritaria alle assemblee ha imposto la strada della militanza e dell’azione comune. Sono stati loro che non hanno abboccato al dilemma “freelancer o disoccupato”. Oltre al rifiuto di questo esplicito ricatto (di questa sostanziale non-scelta) proposta dall’azienda, si è visto come si era ormai consolidata tra i ranghi della schiacciante maggioranza dei colleghi la convinzione che non vale la pena di lavorare senza diritti, al di là di come lo si voglia chiamare: freelancer, partner, collaboratore autonomo o libero professionista. Inoltre, un importante ruolo hanno avuto l’elevata compattezza sindacale e la composizione di classe nel settore (in relazione ad altri settori e professioni). La comunicazione continua con la base, i fermenti costanti e l’analisi, il coordinamento esemplare, le mobilitazioni e le decisioni veloci (ma non affrettate), sicuramente lasceranno un proprio patrimonio in eredità al movimento dei lavoratori. E non sottovalutiamo nemmeno come un ruolo determinante sia stato giocato dal supporto, eccezionalmente forte, arrivato da parte della società, dei lavoratori di centinaia di altri settori e professioni che vedevano sé stessi nella lotta del nostro sindacato per contratti di lavoro a tempo indeterminato con pieni diritti salariali e assicurativi.

 

LA POSIZIONE DELL’AZIENDA

La posizione di e-food è stata fin dall’inizio una classica combinazione padronale di svalutazione, menzogne e ipocrisia. Con la stessa disinvoltura con cui all’inizio si mostrava presuntuosa e disumana, giovedì 23 settembre si presentava come “antropocentrica” e dalla parte dei lavoratori. Non ci fanno alcuna impressione né il suo bilinguismo, né la sua doppia faccia. Del resto si tratta della stessa azienda che pose il ricatto “frelancer o disoccupato”; che per giustificare i licenziamenti, chiamava “pigri” per mezzo di una letterina i 115 lavoratori, chiedendogli nello stesso momento di diventare “collaboratori”; che investiva nel cannibalismo sociale facendo trapelare per mezzo dei suoi pappagalli stipendiati che, una volta diventati freelancer, i lavoratori avrebbero lavorato di più evitando di acquisire la mentalità da impiegato pubblico. Si tratta della stessa azienda che mercoledì 23/09 ci accolse con le camionette della polizia, che si è preoccupata di informarci che non era il caso di negoziare in presenza di migliaia di scioperanti all’entrata dei suoi uffici. Che ci ha comunicato chiaramente che non avrebbe accettato di collegare la trattativa alla pressione che esercitano le lotte collettive dei lavoratori. Persino quando la sconfitta appariva inevitabile, “l’antropocentrica” e-food non ha esitato a mercanteggiare sottobanco il numero di contratti che avrebbe convertito a tempo indeterminato. E quando, sotto la pressione delle nostre giuste rivendicazioni, ha visto il suo impero digitale sull’orlo del collasso, ha cercato per ragioni chiaramente comunicative di salvare quel poco di prestigio che gli era rimasto. Ha cercato di “anticipare” lo sciopero, comunicando la conversione dei contratti di 2.016 lavoratori in contratti a tempo indeterminato. La comunicazione dell’azienda, a parte il suo salvataggio, ha avuto altri due obiettivi. Il primo è la ristrutturazione della sua immagine a quel punto ormai decostruita. Per apparire dalla parte dei lavoratori, come un’azienda che dialoga con la società, che ascolta tutti. E a questo fine ha proceduto alla seguente sofisticata dichiarazione:

“Negli ultimi giorni in molti hanno parlato di noi senza conoscere la famiglia di e-food. Abbiamo ascoltato tutti e tutte. I sindacati dei lavoratori e le loro rivendicazioni. Il dialogo dei partici politici. Le persone che si sono espresse attraverso i social e le loro comunicazioni nei nostri confronti. I giornalisti. E specialmente i nostri lavoratori, che conoscono il nostro modo di lavorare e la nostra quotidianità. Abbiamo fatto ciò che è nostro dovere, perché siamo un’azienda antropocentrica.”

Il secondo ma ugualmente importante obiettivo, ha a che fare con il tentativo di delegittimazione col fine di porre il sindacalismo di classe fuori dal quadro della vittoria. Per non dover considerarci come partecipanti di pari valore nel processo della lotta. Tuttavia la lotta stessa ha mostrato quanto può essere fluido il termine stesso di “trattativa”, dal momento che lavoratori e società insieme, hanno imposto i propri termini e hanno costretto l’azienda a sedersi al tavolo con la sinergia a più volti della lotta. Gli obiettivi dell’azienda non hanno avuto successo. Per tutto il tempo che l’azienda ha passato a invocare pietà per il famigerato “errore di comunicazione” e a tentare di schivare il sindacalismo, e-food si è infilata in un vicolo cieco, ha dovuto battersene in ritirata accettando senza riserve tutte le nostre rivendicazioni, mentre vedeva la propria applicazione colare a picco, insieme ai propri profitti.

 

CAPITALISMO DENTRO AL CAPITALISMO

La particolare congiuntura, come ogni congiuntura, è sempre il prodotto di processi complessi. In questo contesto, è apparsa una nuova azienda, che si presentava come l’azienda dai contratti a tempo indeterminato, con lo scopo di assestare un colpo letale all’azienda rivale e di guadagnare, con una sorta di “scacco matto”, un’importante porzione del mercato. Anche nel caso in cui la mossa dell’azienda rivale che si pubblicizza attraverso i contratti a tempo indeterminato si riveli nel futuro prossimo o remoto come un trucchetto o come menzogna madornale, nella fase specifica, nella congiuntura dell’apice del conflitto di classe acquisisce un carattere cruciale, nel momento in cui stressa e mette alle strette i colleghi in lotta tra le sbarre di questo punto morto. Dal primo momento abbiamo inquadrato nel nostro ragionamento la nozione che si tratti di una competizione virtuale e non di una reale competizione di produttività, dal momento che queste compagnie non possiedono un’infrastruttura né una reale sostanza nel mondo della produzione, il che le rende vulnerabili a trasformarsi da un momento all’altro da “trend” dominante, a una cosa del passato.

Le aziende che offrono intermediazione digitale come e-food non producono un bel niente. Si tratta di applicazioni, calcoli e algoritmi. L’utile è prodotto dai fattorini che quotidianamente rischiano la propria vita in strada. Purtroppo, per l’azienda così come per qualsiasi gigante dai piedi d’argilla, il “clic” sulla tastiera non crea, non confeziona, non trasporta la consegna. Tutto ciò viene fatto da noi, i lavoratori e le lavoratrici, ed è questa precisa condizione che massimizza la nostra forza collettiva di contrattazione, che ci rende invulnerabili quando rispondiamo uniti alle sfide, completamente dediti ai nostri interessi di classe.

 

POSIZIONI CHIARE E IL LORO RIFLESSO SULLA CLASSE LAVORATRICE

Nostre armi sono il costante fermento e la continua comunicazione con la base dei nostri colleghi e il lavoro preparatorio che è stato fatto dal nostro sindacato in relazione alle piattaforme e alla gig economy, così come una serie di posizioni e rivendicazioni precise. Al nocciolo di queste vi stanno: a) contratti di lavoro a tempo indeterminato con pieni diritti salariali e assicurativi, b) abolizione dei sistemi di valutazione [ranking system]. Rivendicazioni fisse e già consolidate, ma anche nuove rivendicazioni, costituiranno nel futuro prossimo il contenuto del Contratto Collettivo e riguardano: l’alloggio e la protezione dei fattorini dal maltempo, la ripartizione delle zone di lavoro, il cellulare aziendale, i mezzi di protezione personale, rimborso per il carburante, la descrizione dettagliata della somma dei problemi della quotidianità lavorativa. La doppia rivendicazione per contratti a tempo indeterminato con pieni diritti salariali e assicurativi e l’abolizione dei sistemi di ranking è stata comunicata fin da subito da parte del nostro sindacato e si è già consolidata come senso comune tra la schiacciante maggioranza dei colleghi. È stata inoltre fatta propria da grandi settori della classe lavoratrice e della società che vedono sé stessi nella nostra posizione. Le dinamiche che si sono sviluppate hanno dato un quadro di supporto alle mobilitazioni e rafforzato la lotta. Per tutta la durata delle mobilitazioni riteniamo di essere stati presenti in modo assolutamente chiaro, intelligibile e sincero. In nessun caso abbiamo sottovalutato o insultato chiunque si trovasse di fronte alla nostra lotta, ai nostri colleghi e colleghe, alla nostra classe. Siamo rimasti imperturbabili e abbiamo detto chiaramente in tutte le direzioni come il salvataggio dell’azienda passa necessariamente attraverso la totale accettazione delle nostre giuste e profonde rivendicazioni sociali. In caso contrario, abbiamo fatto notare, il posto dell’azienda sarebbe stato sostituito dal vuoto. E come è ben noto, la natura (e la natura del capitalismo) detesta gli spazi vuoti, ed accorre prontamente a rimpiazzarli.

 

NARRATIVE DOMINANTI – FREELANCING

a) Le lotte per rapporti di lavoro a tempo indeterminato abbasseranno i profitti della piattaforma e l’azienda andrà via dal paese

Come sindacato pensiamo che la decostruzione di questa narrativa comincia da una semplice domanda. Vogliamo vivere o sopravvivere? Poniamo questa domanda retorica per affermare nel modo più semplice possibile che vogliamo rapporti di lavoro che ci assicurino un lavoro e un salario dignitosi, tempo libero per noi stessi e per le nostre famiglie. E poiché non ci è mai stato regalato nulla, rivendichiamo ciò per cui la nostra classe ha versato il sangue. Vogliamo che il progresso tecnologico che è stato raggiunto finora abbia un riflesso positivo sulle nostre vite. Che i profitti da ladri che le aziende hanno accumulato a nostre spese, non siano l’unità di misura del progresso. Non vogliamo contare i morti mentre le aziende contano indici annuali e algoritmi. E per completare il nostro punto di vista, porremo un’ulteriore domanda retorica. Se ciò che propone un’azienda redditizia sono licenziamenti e trasferimento dei costi sulle spalle dei lavoratori, allora un’azienda meno redditizia, quali rapporti di lavoro proporrò ai lavoratori?

b) Il sindacalismo è anacronistico

Una tra le narrative dominanti degli ultimi decenni, principalmente nei mezzi di informazione di massa, presenta il sindacalismo come uno tra i più importanti se non il principale nemico del progresso economico, e di conseguenza della società in generale. Allo stesso tempo, i microfoni pagati, “sussidiati” dallo stato con decine di milioni di euro, si “incazzano” coi sindacalisti del settore pubblico – anch’essi pagati dallo stato. Le relazioni clientelari, i privilegi, l’imprigionamento della società da parte di una manciata di parassiti che bloccano le strade ogni due per tre. Con la responsabilità anche di importanti settori della classe lavoratrice i quali ripongono la propria sorte e le proprie lotte nelle mani di apparati clientelari/governativi/partitici sussidiati dallo stato, la “rabbia” dei giornalisti venduti dei mass media acquista un auditorio. Un auditorio con una memoria selettiva, che dimentica con facilità come le pratiche sindacaliste che condannano sono una conseguenza degli apparati di partito dominanti che essi supportano e votano. Cioè, dei propri partiti.

Noi, in quanto sindacalisti di base, ci troviamo agli antipodi di questa narrazione. Siamo sangue dello stesso sangue della società che lotta, frutto dei sacrifici della nostra classe la quale ci ispira e ci guida. Nostro obiettivo costante è di diventare la proiezione dell’immagine dei lavoratori combattivi del passato. Perciò si, siamo pericolosi per la loro narrazione sul progresso. Del progresso che ha le sue radici nella povertà e nella perdita dei diritti acquisiti. Perché il sindacalismo di base, la nostra narrazione di classe non fa nessun accordo segreto, non tratta sottobanco, non ha membri pagati, non è sovvenzionato dallo stato e non si vende in cambio di una poltrona in un consiglio comunale o al parlamento. Siamo il sindacalismo dei lavoratori che non chinano la testa, che non si accontentano delle briciole che il sistema politico dominante ci getta addosso. Sfortunatamente per quanti si trovano davanti a noi, siamo uniti e abbiamo coscienza di classe, parole che attraverso le nostre lotte emergeranno nuovamente dal dimenticatoio. Siamo la società che rifiuta di scendere a compromessi, che lotta per un presente ed un futuro migliori. Con l’astensione dal lavoro di martedì (quando l’azienda sostanzialmente ha provato ad anticipare il dialogo) i colleghi e le colleghe che hanno votato lo sciopero per alzata di mano in tempo reale, hanno delegittimato la legge Chatzidaki nella prassi. Un momento profondo, forte e commovente, che ci ha riempito di orgoglio di classe. Un’immagine dal futuro che riserviamo ad ogni articolo e ad ogni regolamentazione antioperaia della legge Chatzidaki. Che chiarisce in tutte le direzioni che c’è una corrente sana all’interno della classe e della società. Una corrente unita nella posizione, nella prassi e nell’azione, le quali lasciano un’eredità per il futuro e che rafforzano le coscienze.

c) Lavoro freelance

Il lavoro freelance nel nostro mestiere nasconde un rapporto di lavoro dipendente perché riguarda lavoratori e lavoratrici che in ogni caso erano coperti (prima della votazione della legge Chatzidaki) dall’esistente legislazione sul lavoro. Le aziende attive nella gig economy, le aziende di intermediazione digitale della quarta rivoluzione industriale hanno lanciato un attacco comunicativo che mira a convincerci che il fattorino/a “della piattaforma” non è il fattorino/a della pizzeria, del ristorante o di altre imprese della ristorazione.

La loro principale (infondata e fino a poco fa priva di una replica composta e organizzata) argomentazione è che gli ordini di ricezione/consegna che vengono dati dall’algoritmo di e-food, di Wolt o di qualsiasi altra piattaforma digitale sul cellulare, creano i presupposti per un rapporto di lavoro che non riguarda i contratti a tempo indeterminato.

Cioè, se gli ordini di ricezione/consegna sono dati dal datore di lavoro o dal superiore a voce, per iscritto o attraverso il telefono il lavoratore è da considerarsi salariato e con rapporto di lavoro da tempo indeterminato mentre se vengono dati da una “piattaforma” il lavoratore si trasforma in collaboratore?

Contro ogni logica, le aziende di intermediazione digitale e le loro lobby, il capitalismo con il nuovo costume della cosiddetta gig economy e i suoi pappagalli, si sforzano di convincerci che quando gli ordini di prelievo/consegna vengono dati da una piattaforma del tipo e-food o Wolt allora il salariato diventa freelancer, collaboratore, libero professionista.

Le argomentazioni delle aziende di intermediazione digitale sono illogiche, inconsistenti e false, e hanno come scopo lo spostamento del diritto del lavoro dal chiaro e intelligibile all’incerto e indeterminato. Da ciò che è storicamente imperativo all’inenarrabile. Inoltre il lavoro freelance non è né liberatorio né rivoluzionario per i lavoratori e le lavoratrici. Per quanto riguarda il pretesto del diritto della scelta del “libero orario” e degli alti compensi, è stato dimostrato come tutto ciò si basi:

– sulle continue esortazioni dirette e indirette delle aziende di intermediazione digitale a farti lavorare nelle ore di punta

– per quante più ore possibile

– così da ottenere un giro d’affari più alto.

Tuttavia questa somma non ti arriva direttamente in tasca poiché il lavoratore deve sottrarre tutte le spese che gli vengono trasferite sulle spalle come: acquisto e mantenimento della bici/moto, spese per il carburante, acquisto del cellulare e degli altri gadget di supporto, retribuzione aggiuntiva per le ferie, bonus di Natale e Pasqua, permesso di malattia, congedo e assegno di maternità, assegno per congedo matrimoniale, copertura medica ed economica in caso di incidente, sussidio di disoccupazione, sussidi aggiuntivi di ogni tipo e fiscali che aumentano a seconda del reddito annuo.

Inoltre dobbiamo sottolineare che nessuna “libertà” viene regolata dai sistemi di costante e arbitraria valutazione che impongono il ritmo di lavoro e che in ogni momento hanno la possibilità di terminare la “collaborazione” e di buttarti in strada come una buccia di limone spremuta.

Come sindacato siamo contro le false narrazioni padronali che puntano alla piena distruzione, all’assoluta flessibilizzazione della moderna realtà lavorativa. Non esiste nessuna ragione reale che imponga una nuova sistemazione legislativa del nostro lavoro come fattorini delle piattaforme poiché il contenuto, il modo, la natura del lavoro rimane la stessa. Sia nel passato con l’ordinazione per telefono e biglietto, sia oggi con il cellulare, siamo noi i lavoratori che trasportiamo i prodotti.

Le ordinazioni non si trasportano né senza fili né con la tastiera del pc. Vengono trasportate e verranno trasportate da noi, i lavoratori e le lavoratrici. Il lavoro rimane lo stesso e l’adozione del termine gig economy, ha l’obiettivo di creare una falsa realtà, una vuota sceneggiatura teatrale con lo scopo di imporre a livello comunicativo, senza resistenze e con l’opinione favorevole della società, il cambiamento della legislazione. Che cambi la legislazione sul lavoro per il peggio e che si esentino le imprese dai loro doveri nei confronti dei lavoratori senza che ciò sia imposto dalla realtà, senza che sia cambiata la natura del nostro lavoro.

Su quali componenti sociali investe la falsa narrazione delle aziende di intermediazione digitale?

Per molti/e, il lavoro come freelance costituisce una scelta obbligata, una seconda soluzione per integrare un reddito mutilato e dare di che vivere a una famiglia.

È una “libera” scelta obbligata per uno studente-immigrato-disoccupato per avere qualche entrata in uno stato e in un’economica che lo vuole a buon mercato, disponibile in ogni momento e senza diritti.

È una “libera” scelta obbligata di quanti scelgono il lavoro freelance come principale occupazione, di quanto spesso sono costretti a oltrepassare le otto ore per far fronte ai loro doveri familiari, di quanti a causa della stanchezza si espongono ai molteplici pericoli dell’asfalto.

È la “libera” scelta obbligata che all’estero, quanto più aumenta l’offerta di lavoro tanto più si abbassa la compensa a consegna (lavoro a cottimo/freelance). È la pratica della vendita all’asta delle consegne che abbassa continuamente i compensi e crea un futuro distopico con caratteristiche cannibalistiche.

Colleghi e colleghe,

sono 14 anni che il nostro sindacato lotta, analizza e organizza le lotte. Si regge sui principi e i valori del sindacalismo di base e serve la categoria e la classe con continuità, costanza e dedizione agli obiettivi. Si regge sulla militanza dei suoi membri, e quanti più ne infittiscono le schiere, tanto maggiore è la pressione che acquisisce a favore del mestiere e della classe in generale. La giustezza della lotta ci riempie di forza e coraggio. Abbattiamo il castello del disfattismo, pietra dopo pietra, fino a che non ne rimanga più alcuna traccia.

Vale la pena dunque di lottare. Vale la pena lottare perché solo allora hai una speranza di VINCERE.

VITTORIA – VITTORIA – VITTORIA

16 Μαρτίου, 2022
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